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Trieste e la leggenda della Bora.

Da qualche giorno soffia un bel vento (almeno nel Veneto Orientale, quasi al confine con il Friuli)… sicuramente a Trieste ci sarà la bora! Quanti di voi ne hanno già sentito parlare? Siete mai stati in questa città cosmopolita? Il team veneto di MammaPigna ha avuto la fortuna di trascorrere quasi un anno (purtroppo da pendolare) in questa splendida città e se ne è innamorata. I triestini, una volta conosciuti, ti danno il cuore e Trieste ti seduce pian piano, con i suoi scorci, le sue piazze e i suo tramonti.
Una città bella e colta, dove si respira il glorioso passato asburgico che ne fece “la piccola Vienna sul mare”, ricca di incroci di lingue, popoli e religioni che ancora la caratterizzano e rendono la sua anima insieme mitteleuropea e mediterranea.

Non si può rimanere indifferenti al fascino della piazza oggi dedicata all’Unità d’Italia: chiusa su tre lati da Palazzi sintesi perfetta della sua storia e affacciata sul mare, su cui si allunga per oltre duecento metri il Molo Audace. 

Trieste è anche la città del caffè, ricordiamo infatti che è Porto franco per l’importazione del caffè sin dal Settecento e  tuttora il più importante del Mediterraneo per il suo traffico. Numerosi e bellissimi sono i caffè letterari, locali storici dal fascino retrò che grandi autori come James Joyce, Italo Svevo, Umberto Saba amavano frequentare.

E poi la Bora…una delle caratteristiche che rendono Trieste unica in Italia: un vento catabatico di provenienza nord/nord-est, che soffia con particolare intensità specialmente verso l’Alto e Medio Adriatico e verso alcuni settori dell’Egeo.

Il termine deriva da Borea, personificazione del vento del nord nella mitologia greca. Aggiungiamo solo che è da provare, conviverci è dura, occasionalmente si sopporta e se ne ride anche… soprattutto se non è “bagnata”.

Edda Brezza Vidiz, promotrice della cultura e della storia triestina, autrice, regista, storiografa, commediografa, su questo vento ha scritto una leggenda che vogliamo condividere con voi…

La leggenda della Bora 

Molti, molti anni fa Vento, scorrazzando per il mondo con i suoi figli, capitò in un verde altipiano che scendeva ripido verso il mare. Bora, la più bella e amata figlia del Vento, incantata dalla bellezza del paesaggio, si allontanò dalla turbolente brigata dei fratelli per correre nel cielo a scombussolare le nuvole a pecorelle e a giocare fra i rami degli alberi, che si agitavano allegri al suo passaggio. 

Stanca di correre di qua e di là Bora entrò in una grotta dove, sulla via di ritorno dall’impresa del Vello d’Oro, stava riposando l’umano eroe Tergesteo. Tergesteo era così forte e così bello e così diverso da tutte le creature, che Bora aveva visto e conosciuto fino a quel momento, che di colpo se ne innamorò. Amore che Tergesteo ricambiò con uguale passione: e i due vissero felici in quella grotta tre, cinque, sette splendidi giorni felici. 

Quando Vento si accorse della fuga di Bora, si mise tempestosamente a cercarla, fino a quando un cirro-nembo brontolone, infastidito da quel gran putiferio che lo stava sbatacchiando su e giù per il cielo, gli svelò il rifugio dei due amanti. Vento giunse alla grotta e, come vide Bora abbracciata a Tergesteo, la sua rabbia crebbe e diventò un ciclone che si avventò contro l’umano, sollevandolo e scagliandolo contro le pareti della grotta, più e più volte, finché l’eroe restò immobile al suolo, senza più vita. Poi, calmato ma non rabbonito, senza colpo ferire, lasciò Bora al suo destino. 

Bora, straziata dal dolore, incominciò ad urlare e a piangere tanto forte che ogni sua lacrima si trasformava in pietra. Nel tentativo di consolarla da tanta disperazione, Madre Natura dal sangue di Tergesteo fece nascere il Sommaco, che da allora inonda di rosso l’autunno del Carso. Ma Bora piangeva ancora e ancora e le pietre erano ormai talmente tante, da ricoprire tutto l’altipiano. Allora Madre Natura, angosciata da tutti quei sassi che andavano a rovinare i suoi verdi prati in fiore, concesse a Bora di rimanere per sempre vicina al corpo di Tergesto. 

Ma Bora non smetteva i suoi lamenti, tanto che persino gli dei si preoccuparono e, per sanare la situazione, Eolo concesse a Bora di rivivere ogni anno quei tre, cinque, sette giorni d’amore fra le braccia di Tergesteo e Nettuno ordinò alle Onde di ricoprire con conchiglie, stelle marine e verdi alghe il corpo dell’eroe affinché diventasse un alto colle, il più bello di quest’angolo di mondo. Finalmente Bora si placò ma lasciò per sempre l’eco dei suoi lamenti nel fruscio delle fronde. 

Dopo molti, molti secoli gli uomini giunti su queste terre si insediarono sul colle di Tergesteo e vi costruirono un Castelliere con le lacrime di Bora diventate pietre. Il Castelliere con il tempo diventò borgo – villaggio – città. Una città, che in ricordo di questo leggendario amore venne chiamata Tergeste, dove ancora oggi Bora regna sovrana, soffiandovi impetuosa: “chiara” fra le braccia del suo amore “scura” nell’attesa di incontrarlo. 

Trieste


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